Crash: shock e urti nel ventunesimo secolo

matt
«It’s the sense of touch. In any real city you walk, you know? You brush past people, people bump into you. In L.A., nobody touches you. We’re always behind this metal and glass. I think we miss that touch so much, that we crash into each other just so we can feel something».

Crash – Contatto fisico, scritto e diretto da Paul Haggis nel 2004, riuscì nell’impresa di strappare l’Oscar come miglior film dalle mani del favorito I segreti di Brokeback Mountain, scatenando un’incredibile mole di polemiche. Polemiche fini a se stesse, in quanto Crash, pur non essendo esente da alcuni difetti strutturali, a conti fatti si presenta come un’ottima pellicola e come un ottimo ritratto della contemporaneità.

La scena di apertura propone sin da subito una serie di elementi che ricorreranno durante la visione del film. Il detective Waters (Don Cheadle) e la sua partner Ria (Jennifer Esposito) si scontrano con un’auto guidata da una donna di origine asiatiche, e mentre quest’ultima e Ria si insultano per l’accaduto, sfoggiando entrambe una serie di epiteti razzisti, il detective raggiunge a piedi una scena del crimine: un ragazzino è stato ucciso, e lui è chiamato a investigare.

Incidenti, razzismo, morte: sembrerebbero questi i tratti fondamentali a caratterizzare Crash. Ma in realtà, al termine della visione, è solo un elemento a rimanere ancorato allo spettatore: la vitaCrash è un film sulla vita, e precisamente sulla vita come può essere concepita nel ventunesimo secolo.

Dopo la scena iniziale, il resto del film si intaglia come un lungo flashback ritraente le storie di diversi personaggi durante il giorno precedente, ricongiungendosi con essa solamente nei momenti finali, non seguendo così le vie del noir come si poteva presagire in un primo istante bensì quelle di un certo tipo di cinema drammatico, sulla scia, ad esempio, di Traffic di Steven Soderbergh.

Oltre a ciò, un ulteriore parallelo che può essere tracciato è quello con un altro regista che ama porre al centro delle sue narrazioni degli incidenti stradali come anello di congiunzione tra più storie, ossia l’Iñárritu della trilogia sulla morte. Il film di Haggis però si presenta come un’operazione molto più semplice rispetto alle soluzioni adottate dal regista messicano: senza mai osare troppo sul piano narrativo, infatti, egli riesce, con un uso sapiente del montaggio alternato, a muoversi con abilità tra le diverse storie narrate, preferendo linearità a costruzioni più articolate.

Una linearità che spesso funziona, ma che purtroppo a volte si trova di fronte a problemi di non poco conto, come le difficoltà nel tratteggiare un personaggio credibile in Cameron Thayer (Terrence Howard) o nel pensare che la caviglia slogata di Jean (Sandra Bullock) potesse essere una scelta convincente ai fini dello sviluppo del plot.

Al di là di questi difetti, dovuti forse al voler raccontare troppe storie in troppo poco tempo (ricordiamo che il cast comprende anche personaggi interpretati da Matt Dillon, Michael Peña, Brendan Fraser e Ludacris, insieme ad altri), Crash riesce in ogni caso a raggiungere il suo obiettivo: a mostrare che, come recita una delle taglines del film, «quando ti muovi alla velocità della vita, scontrarsi è inevitabile». È questo urto, questo shock, che fonda i rapporti umani al nostro tempo, e non possiamo fare altro che prenderne atto.

Daniele S.

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